Sistema agonistico - Cecilia La Rosa psichiatra in Roma

CECILIA LA ROSA

MEDICO, PSICHIATRA, PSICOTERAPEUTA IN ROMA
Cecilia La Rosa
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Rapporti tra sistema motivazionale agonistico e relazione terapeutica
 
di Claudio Iannucci  e Cecilia La Rosa
 
 
I paradigmi evoluzionistici e della psicologia dello sviluppo convergono nell’area del cognitivismo clinico affermando modelli innati di condotta sociale sotto la forma dei Sistemi Motivazionali Interpersonali. Tra questi, si analizzano le conseguenze teoriche, epistemologiche e tecniche del Sistema Agonistico in psicoterapia. Questo Sistema è descritto come una fonte importante delle interazioni  problematiche fra paziente e terapeuta: sia nelle circostanze dei test al terapista – secondo l’accezione di Weiss – sia come fattore perturbante le capacità metacognitive della coppia terapeutica. Attraverso esempi clinici si sottolinea quindi l’importanza del monitoraggio delle espressioni agonistiche in corso di terapia.
 
Parole chiave
Sistema Motivazionale; Sistema Agonistico; Metacognizione; Teoria del controllo e della padronanza
 
Introduzione
 
Nel contesto generale del Cognitivismo clinico, un’area epistemologica e di intervento risulta fortemente influenzata dall'evoluzionismo e dai modelli di psicologia e psicopatologia dello sviluppo: rifacendosi principalmente agli apporti bowlbiani e ai paradigmi dell’etologia, questo approccio è definibile come cognitivo-evolutivo (Liotti, 1992).
 
In questo ambito di ricerca e terapia, etologi antropologi psicologi e biologi evoluzionisti hanno messo a punto negli ultimi decenni una descrizione non limitata e coerente delle radici prime dell’agire umano, ovvero delle motivazioni (Gilbert, 1989; Hinde,1982; Eibl-Eibesfeldt,1987). Tali descrizioni, tratte inizialmente dalle osservazioni di etologia animale, sono state rapidamente esportate e confermate in etologia umana, divenendo un patrimonio insostituibile nelle riflessioni psicoterapeutiche del cognitivismo evolutivo. Centrale appare essere la nozione secondo la quale ogni relazione fra individui sociali sottostà ad un sistema di regole innate di condotta reciproca che riguardano le mete evoluzionistiche della sopravvivenza e del successo riproduttivo; al fine di perseguire queste mete, gli animali eusociali, come l’uomo, si sono dotati di sistemi comportamentali innati – ma ambientalmente labili – che mediano, motivandola, l’interazione con i conspecifici: i sistemi motivazionali interpersonali (S.M.I.) (Liotti, 1990). Allo stato attuale delle conoscenze etologiche, cinque appaiono i S.M.I. distinguibili con  propri pattern comportamentali di attivazione, repertorio emozionale e dotazione semeiotica specifica:
 
q  il sistema dell’Attaccamento media la ricerca di cura e protezione dell’individuo nelle condizioni percepite di abbandono solitudine o pericolo, richiamando o avvicinando una figura di attaccamento che accudisca. Primieramente questo S.M.I. si attiva nella relazione madre-figlio, successivamente in ogni relazione affettiva significativa. Riconosce quali emozioni principali la paura nella solitudine, la rabbia al distacco, la gioia al ricongiungimento, la tristezza alla perdita e al lutto.
 
q  Il sistema dell’Accudimento è considerato reciproco di quello dell’Attaccamento, venendo a dotare l’individuo di capacità a decodificare ed efficacemente rispondere ai bisogni di sicurezza e vicinanza emessi da un altro simile. Paura sollecita per le sorti del piccolo o calma per la efficace protezione ne sono le emozioni principali, insieme alla rabbia da richiamo.
 
q  Il sistema agonistico media i rapporti di potere gerarchico in un gruppo e l’accesso alle risorse da questa gerarchia condizionato. Rabbia nello scontro, vergogna come esito del conflitto o come predestinazione rappresentativa e trionfo alla vittoria sono gli stati emotivi più comuni associati a questo S.M.I. Anche il disgusto può essere concepito come emozione agonistica, se espresso in un chiaro contesto interpersonale.
 
q  Il sistema sessuale definisce i pattern comportamentali sottintesi alla riproduzione, all’accoppiamento e alla seduzione. Aspetti emozionali importanti riguardano l’eccitazione o il pudore.
 
q  Il sistema cooperativo indirizza azioni, cognizioni e socialità verso mete ed obiettivi condivisi con gli altri, favorendo negoziazioni e contrattualità su temi specifici da raggiungere insieme. Gioia per la percepita condivisione di mete contrattate appare essere una esperienza emotiva tipica di questo Sistema.
 
I rapporti fra S.M.I. possono essere concepiti come di interdipendenza funzionale.
 
La centralità epistemologica e descrittiva dei S.M.I. rende chiaro come anche la relazione terapeutica sia definibile, nel suo svolgersi, sotto la forma di attività motivazionale e la ricostruzione della storia personale  possa essere efficacemente affrontata sotto forma di storia individuale dello sviluppo e dell’attaccamento. Diventa perciò utile immaginare l’apporto concettuale che ogni sistema motivazionale può dare allo svolgersi di una psicoterapia, sia come fattore facilitante che aggravante le possibilità di cura. Più specificatamente, è interesse di queste brevi note soffermarsi sull’influenza che il sistema agonistico può avere nel processo terapeutico e nella relazione fra terapista e paziente.
 
 
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Il sistema motivazionale agonistico nelle relazioni interpersonali e nella relazione terapeutica
 
 
Il conflitto, lo scontro e la tensione relazionale nei vari contesti di vita sono temi frequenti che si ritrovano nelle conversazioni psicoterapeutiche. Anzi si potrebbe complessivamente affermare che rappresentano, assieme alla solitudine e all’abbandono, i temi più discussi e controversi tra gli esseri umani: nessuna sorpresa quindi che siano i contenuti più di frequente espressi dai nostri pazienti, sia nella fase di presentazione e ingaggio in terapia, sia come temi conduttori e attrattori di molte sedute. Anche le strategie tecniche dei terapisti si sono affinate nel comprendere, ridefinire e ridimensionare l’intensità emotiva che simili temi suscitano nei loro pazienti e – per converso – nella relazione terapeutica ed in loro stessi.
 
Il Sistema Motivazionale Agonistico si attiva utilmente ed usualmente in numerosissime situazioni gruppali e sociali. Anzi può ben aspirare ad essere considerato il Sistema Motivazionale sociale per eccellenza, poiché gestisce interazioni ed incontri in numerosissimi contesti valutativo-ordinativi della vita quotidiana ( ad esempio in ufficio, a scuola, durante la fila alla posta o al semaforo…) cioè nei contesti nei quali  risorse e  valori sono o vanno regolati sotto la forma della competizione sociale per il potere (La Rosa e Iannucci, 2000). A motivo di tale frequenza, non sorprende la sua presenza nel racconto, nelle rappresentazioni e nelle conversazioni che abbiamo con i nostri pazienti.
 
Difatti il Sistema Agonistico, con il suo corteo di rabbia vergogna umiliazione rancore trionfo recriminazione fuga arrossamenti confusione sfide…, a qualche titolo ed in qualche misura diventa un componente ineludibile della relazione terapeutica. Più specificatamente il suo svolgersi sotto la forma di comportamenti rituali agonistici ( in breve R.A.B. ritual agonistic behaviour; Price e Sloman 1987 ), sia nella conversazione che nell’incontro terapeutico, può mostrare la possibile iperattività agonistica nelle relazioni significative per il soggetto, evidenti come subroutine di dominanza o di sottomissione, le quali forniscono modelli preferenziali nella interazione con l’altro. Cosicché l’attenzione del terapista evolutivamente orientato, volta ad identificare l’insorgenza di una transazione agonistica – decodificando segnali non verbali, relazionali, di contenuto e di propria reazione interiore – diventa un importante bagaglio tecnico da padroneggiare.
 
Poiché siamo in tema di relazione terapeutica, riteniamo utile connettere la predilezione agonistica alle vicende relative all’attaccamento, le quali informano, in definitiva, la tipologia processuale della relazione. Infatti le circostanze relative all’attaccamento appaiono centrali nello sviluppo psicologico e psicopatologico dell’individuo, traendone da queste positive esperienze di sicurezza nella cura e nella organizzazione coerente delle rappresentazioni cognitive ad essa legate, ovvero ottenendone incertezza ed imprevedibilità verso il caregiver ed incoerenza nel rappresentare se stesso, l’Altro e la relazione reciproca. E’ noto infatti che un attaccamento insicuro e/o disorganizzato in vario grado si correla con l’evenienza di disturbi psicopatologici, sotto la forma di importante fattore di rischio. In queste circostanze è come se in qualche misura rimanga inevasa la necessità di sicurezza e prevedibilità che l’essere umano prova nelle situazioni difficili in cui si sente debole solo o indifeso. Quante e quali siano queste situazioni nella vita odierna, sociale familiare e affettiva, non ci sembra neppure il caso di accennare. Ma immaginando, à la Popper, un attaccamento insicuro e disorganizzato come un problema da risolvere, quali strategie di ridimensionamento del danno possiamo immaginare di mettere in atto come individui? Sul piano formale ci sembrano percorribili due modelli di soluzione: a) proseguire nella ricerca di una base sicura irrigidendo la costruzione già disadattativa del Sistema dell’Attaccamento ed incrementando le richieste incongrue di cura, svincolandole via via dal contesto e con riflessi sullo sviluppo degli altri SMI; oppure b) sostituire, al pattern relativo all’attaccamento, il funzionamento vicario di un sistema motivazionale meno danneggiato, rendendolo precoce nel suo sviluppo e aspettandosi da questo risultativi alternativi. Le due soluzioni, che non si escludono a vicenda anzi si intersecano, conducono comunque a rigidità costruttive delle abilità sociali ed affettive e ad un difetto metacognitivo. E’ comune esperienza clinica che proprio il Sistema Agonistico, il secondo Sistema Motivazionale a svilupparsi compiutamente, attorno al secondo anno di vita, rimanga facilmente coinvolto nel difettoso sviluppo dell’Attaccamento. Cosicché, sia che si consideri il Sistema Agonistico vicario l’Attaccamento o che invece ne preceda soltanto il suo apparire in terapia, la interazione principale fra terapista e paziente risulterà agonistica sia nella prime fasi di approccio e ingaggio in terapia che in quelle successive di dischiusura e svelamento di temi e memorie, sgradevoli e dolorose. Cioè saranno frequenti le eventualità di RAB, temuti minacciati o agiti, fra paziente e terapista.
 
           Questa visione dinamica  delle interdipendenze e delle covariazioni fra attaccamento e agonismo crediamo abbia qualche analogia formale con la teoria della cura psicoterapeutica di Weiss e del suo gruppo di ricerca (Weiss et alii, 1986). La teoria di Weiss prevede che “ i pazienti lavorano per tutto il corso della terapia per disconfermarle (le credenze patologiche), tentando di sottoporle inconsciamente a verifica nel rapporto con il suo terapeuta…” ; il paziente quindi  “allenta la rimozione e progredisce nella terapia quando è convinto di essere sufficientemente al sicuro” (Sampson,1993). Secondo questa prospettiva i nostri pazienti hanno un piano e durante la terapia verificano le proprie credenze patogene mettendo alla prova il terapista nella relazione, attraverso test. Questi test al terapista, bene esemplificati da Weiss, appartengono spesso a categorie agonistiche di interazione: ad esempio provocazione, minaccia ultimativa, esagerazione, improvvisa attività… In analogia, il paziente con spiccate attitudini relazionali agonistiche tende ad immaginarsi facilmente impegnato in un RAB con il terapista oppure di esserne una vittima inevitabile: si comporta quindi di conseguenza, attivando comportamenti, verbali e non, tipici di uno scambio agonistico, al fine di vincere nella sfida o, più spesso, di proteggersi dalla sconfitta – dalla quale discenderebbero, dal terapista, dileggio, disprezzo o rifiuto.
 
Ad esempio, ritenere di poter essere oggetto di uno scambio agonistico con il terapista, interpretando le sue indagini iniziali come volontà inquisitorie, innesca timori di passività, inganno o fraintendimento che possono permeare le aspettative di alcuni pazienti, soprattutto nella prima fase della terapia, facilitando quindi comportamenti di evitamento dei contenuti, drop-out, reticenza o protesta.  
 
Un paziente tossicomane borderline chiede ad un servizio ambulatoriale una qualche imprecisata forma di psicoterapia, pretendendola già nel primo incontro, destinato invece ad una valutazione preliminare. All’obiezione del terapista di non aver ancora compreso di quali contenuti discutere con lui e quali aspettative potesse avere di cambiamento, il paziente con fare sbrigativo esplode “ Insomma! Come in che modo! Io vi racconto la mia vita e voi mi risolvete i problemi ! ”. Questo soggetto era vissuto in una ambiente familiare altamente violento e confusivo, nel quale era stato quasi impossibile ottenere ascolto e attenzione da parte dei genitori o formulare una richiesta definita; l’eventualità di essere respinto, perché incapace a chiarire la sua domanda di psicoterapia, aveva fatto innescare una reazione rabbiosa nel ragazzo, nella quale esibiva una intimidazione che aveva lo scopo di sottomettere i terapisti alla sua volontà ( un RAB cioè, con una routine comportamentale di dominanza) ovvero testare la falsa credenza secondo la quale sarebbe stato comunque rifiutato perché poco interessante o importante ( così come lo era stato complessivamente per i suoi genitori ). La comprensione da parte del terapista di essere ingaggiato in un rituale agonistico permise di intervenire prudentemente, accettando che questa qualità confusa di domanda fosse la sola iniziale possibilità di descrizione di sé, ambivalente fra reticenza e delega totale, e disinnescare così l’intensità agonistica, superando il test ed avviando le basi per una collaborazione paritetica in terapia.
 
           In altri termini il nostro modello immagina l’ideale relazione terapeutica come quella in cui opera il Sistema Cooperativo, situazione nella quale il paziente, che non si sente minacciato ma anzi coinvolto alla pari, riesce a discutere contenuti negativi o penosi, avvertendo il terapeuta sollecito accudente ed empatico. D’altra parte esporre ad un altro poco conosciuto – come è il terapista – aspetti privati della propria vita, facilmente evoca speranze e timori, contenuti nei suoi schemi interpersonali, che possono essere diretti verso il terapeuta. La paura di essere “messo sotto”, dominato, schernito, deriso, umiliato, svergognato, criticato, beffeggiato, svalutato, squalificato ecc.. considerando l’intimità dei temi spesso trattati, potrebbe essere molto forte. Di conseguenza il paziente, ogni qualvolta si senta in procinto di effettuare una dischiusura importante, il cui racconto è particolarmente costoso poiché è un contenuto di cui “ si vergogna” o “si sente colpevole” etc,  può attivare un test per cercare di capire se il terapeuta lo criticherà e lo giudicherà oppure sarà in grado di accogliere in modo neutrale la comunicazione utilizzandola insieme per capirne le dinamiche.
 
Tanto più il paziente, nel corso delle sue esperienze precoci, avrà avuto modo di irrigidire le sue comunicazioni interpersonali sulla chiave di un solo SMI e in particolare,  il SMI agonistico, tanto più il suo timore di essere oggetto di RAB sarà elevato.  In questo contesto mentale il paziente potrebbe attivare dei  RAB di provocazione  per verificare la risposta, ed eventualmente evitare il rischio da lui temuto che una dischiusura, invece che diventare una collaborazione in un team terapeutico diventi un “fianco scoperto”, dove il terapeuta potrà agire il suo potere.
 
Dunque il paziente potrebbe attivare il sistema motivazionale agonistico nella relazione terapeutica sulla base di diverse sequenze intrapsichiche e relazionali, di seguito riportate e tutte inevitabilmente correlate tra di loro:
 
q  la presenza di una condizione di attaccamento insicuro o disorganizzato  (i pattern A C o D descritti da Ainsworth e da Main );
 
q  una situazione di innesco agonistico nel contesto o vissuto come tale
 
q  il fallimento dell’attivazione del sistema dell’attaccamento, e del suo reciproco dell’accudimento, e del sistema della  cooperazione e quindi l’attivazione del sistema agonistico come sistema vicario
 
q  l’attivazione del sistema agonistico come prevalente sistema rigidamente appreso sulla base delle esperienze infantili
 
 
Tali condizioni determinano la selezione di  momenti preferiti in cui il sistema motivazionale agonistico fa la sua comparsa (vedi anche La Rosa e Iannucci, 2000) quali, ad esempio, la fase del contratto terapeutico o la fine della terapia; o viene segnalato da alcuni comportamenti in seduta quali gli agiti in seduta o fuori (acting in e out), o le reiterate polemiche o squalifiche (degli interventi, delle prescrizioni o dei risultati),  alcuni  drop-out dalla terapia, oppure ritardi o assenze dalle sedute, ed infine alcune particolari situazioni di erotizzazione del terapista e/o del contesto.  
 
L’attivazione del sistema agonistico nella relazione deve infine considerarsi caratteristica peculiare di alcune situazioni psicopatologiche quali i disturbi gravi di personalità, i disturbi del comportamento alimentare e quelli borderline. Di seguito, al proposito, ne riportiamo un esempio clinico.
 
 
Dana e’ una donna di 42 anni, direttore di una importante struttura turistica, divorziata senza figli.
 
Fa domanda di psicoterapia per fare chiarezza sulla sua vita sentimentale e in particolare sulla sua difficoltà a strutturare relazioni durature e significative. Nel corso della psicoterapia emergerà, dopo almeno due mesi, l’esistenza di un grave disturbo del comportamento alimentare, caratterizzato da bulimia e vomito autoindotto, insorto dall’adolescenza.
 
Dana e’ una donna bella, molto curata, quasi esageratamente fin nei minimi particolari. Per motivi di lavoro, avendo un immagine pubblica , deve inoltre curare  notevolmente la linea e il guardaroba: cosa che fa con una accuratezza notevole.  E’ una manager, alle sue dipendenze ci sono decine di persone, la struttura turistica che dirige è una delle più importanti del settore in Italia e riveste una chiara fama internazionale.   
 
Fin dalla prima seduta non mostra ansia nel parlare della sua vita, la sua comunicazione è caratterizzata da cordialità,  simpatia, abilità sociali,  seduzione e un femminile imbarazzo. Nel complesso la sensazione è quella di essere al cospetto di una donna molto in gamba e preparata, simpatica e comunicativa, bella ed elegante.
 
La terapeuta sin dall’inizio prova simpatia,  curiosità e un senso forte di distanza emotiva. La terapeuta si accorge di cominciare a curare di più il proprio abbigliamento i giorni in cui deve vedere la paziente e ne prende nota mentalmente .
 
I primi mesi della terapia si snodano attraverso i racconti della storia di vita della paziente e delle sue difficili relazioni sentimentali. E’ una donna con un’intensa vita sessuale e ha spesso più storie in contemporanea.  Si percepisce una crescente tensione nella relazione e la esigenza forte della paziente di aprirsi, bloccata però da un fortissimo sentimento di vergogna e paura del giudizio che, evidenziato con dolcezza, apre allora la possibilità di una dischiusura sulla  sintomatologia alimentare, precedentemente negata e vissuta in assoluta solitudine. Dichiara di mangiare smodatamente e vomitare da anni ma non è possibile lavorare di più sul disturbo del comportamento alimentare, in quanto la paziente è reticente, sbadiglia, e porta all’insuccesso qualsiasi indagine sia di tipo storico che autoriflessivo. Non ricorda l’esordio della sintomatologia,  non appare in grado di collegarla ad eventi, fallisce o ignora qualsiasi intervento sul tipo del metodo cognitivo standard (A B C ), non e’ in grado di collegare nessun tipo di emozione al sintomo: semplicemente, ogni volta che mangia, calcola razionalmente se abboffarsi oppure no, in funzione delle possibilità successive di vomitare.  Il come e il dove vomitare è l’unico pensiero che accompagna il comportamento alimentare.  Parlare di questo le dà manifestamente fastidio e  genera stati dissociativi  caratterizzati da distrazione, frammentazione del discorso, sonnolenza . Interrogata sul suo imbarazzo  risponde negandolo e giustificandosi, affermando che non sa assolutamente cosa dire.  Gli stati dissociativi e tipo trance della paziente sono talmente forti che la terapeuta ne subisce pesantemente l’effetto perdendo il filo del discorso, dell’intervento, la sequenzialità logica e il senso e provando un sentimento pesantissimo di inefficacia personale e sonnolenza che accompagneranno la terapia per oltre due anni.
 
Tuttavia la paziente  sembra molto più tranquilla nel parlare della sua vita sentimentale,  che nel frattempo e’ andata complicandosi a causa dell’inizio di una tormentosa vicenda sentimentale con un uomo sposato, marito della sua migliore amica.
 
La situazione la assorbe completamente e alla terapeuta non resta che seguirla, data anche la impossibilita’ di accedere ad altre tematiche. La relazione con quest’uomo si rivela subito molto difficoltosa: lui, nonostante il suo legame familiare, instaura con la paziente un rapporto esclusivo e controllante al limite della violenza e della persecuzione. Hanno una relazione molto passionale e soddisfacente sul piano erotico, ma assolutamente tempestosa: lui è gelosissimo, le controlla i telefoni e gli spostamenti, le impedisce qualsiasi relazione sociale, la aggredisce verbalmente ingiuriandola e a volte anche fisicamente. Le principali accuse mosse alla paziente sono di infedeltà fisica e psichica, cerca di controllarle anche i pensieri.  
 
Durante la terapia, la paziente parla esclusivamente di questo rapporto, che critica e condanna, di quest’uomo che critica anch’esso e di cui si lamenta continuamente, pur dichiarando una assoluta e anche a lei incomprensibile  impossibilità a distaccarsene.
 
I margini di intervento terapeutico appaiono bassissimi, si profila una evidente analogia tra quest’uomo e il padre di lei, possessivo e persecutore; analogia palese anche alla paziente stessa, che però non riesce a giovarsene: questa consapevolezza diviene rapidamente inutile e inconsistente.   
 
Gli interventi di supporto ed empatia sono accettati ma fondamentalmente non sortiscono nessun effetto visibile.
 
La paziente, in periodi in cui la frustrazione relativa al rapporto affettivo raggiunge gli apici, attacca la terapia manifestando la sua perplessità sul non cambiamento che la terapeuta avalla e pone come problema interpersonale, segnalando alla paziente la propria difficoltà e il forte senso di inefficacia provata in terapia.
 
Passano oltre due anni in questo modo.
 
La posizione della terapeuta è assolutamente evidente: la terapia è totalmente sotto il controllo della paziente, che decide e agisce tutto: temi da trattare, ritardi, assenze, lamentele,  critiche,   disprezzo, in una posizione assolutamente dominante, che viene accettata dalla terapista totalmente e senza nessun tentativo di spiegazione: solo un ascolto attento e serio , una partecipazione intensa soprattutto verso il suo dolore per le umiliazioni continue  ricevute dal compagno.
 
La relazione con quest’uomo, diventa una strana esperienza emotiva correttiva all’interno della quale la paziente sperimenta emozioni intense di rabbia, frustrazione, passione, dolore e umiliazione; ma anche univocità nei sentimenti e aderenza, e inizia una revisione critica del proprio comportamento sessuale precedente. Come una specie di holding, sia pure violenta e ipercritica, quest’uomo la costringe a vedersi e a vedere la propria superficialità e lei inizia a sperimentare e contemplare la possibilità di non mentire e non nascondersi anche davanti ai propri aspetti negativi.
 
Questo elemento è notato e rinforzato in terapia, anche in termini di modelling, dalle frequenti ammissioni di inefficacia della terapeuta: l’idea che si cerca di passare alla paziente è che si possano dire anche le cose brutte, le cose che non riusciamo a fare, quelle che non ci piacciono di noi stessi.  
 
Il clima in terapia diventa allora  più disteso e per tentare di incrementare la confidenza la terapeuta propone il tu, accolto prima con ambivalenza e poi serenamente abbracciato. Dopo una ennesima crisi con il suo compagno Dana improvvisamente arriva in seduta e esordisce dicendo che vomita più di tre o quattro volte al giorno: non ce la fa più e chiede l’aiuto della terapeuta per la prima volta.
 
 
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Questa paziente è in grado di attivare nelle relazioni interpersonali quasi esclusivamente il sistema agonistico: qualsiasi variazione da un pattern competitivo e aggressivo genera disorganizzazione, confusione, alterazioni dello stato di coscienza .  E’ in definitiva una paziente alexitimica e amnesica;  e della sua storia familiare non si sa quasi niente.
 
L’unica chance per la terapeuta è sembrata l’accettazione dello status quo, la posizione speculare di sottomissione con i relativi sintomi,  la costruzione lenta di un clima di fiducia  attivando il sistema dell’accudimento ogni qualvolta la paziente glielo permettesse.  Molto lentamente si struttura per la paziente un “luogo” fisico e psichico, la stanza di terapia e la persona della terapeuta, dove depositare la propria sofferenza, la propria rabbia e la propria aggressività. Con grande lentezza la paziente si affeziona alla terapeuta e con il tu improvvisamente diviene consapevole di un legame , sperimenta un attaccamento e può finalmente aprirsi .
 
Tutta la terapia è centrata sulla costruzione della relazione. In altre parole finche’ la relazione ha un’impronta agonistica è assolutamente  fallimentare qualsiasi tentativo di incrementare le capacità metacognitive della paziente.
 
Poiché un obiettivo di cambiamento per una psicoterapia può essere teorizzato sotto la forma dell’incremento delle capacità metacognitive del soggetto, diventa opportuno considerare le interdipendenze fra Sistema Motivazionale Agonistico e Metacognizione, che raccogliamo nel paragrafo seguente.
 
 
 
Alterazioni agonistiche delle capacita’ metacognitive
 
 
Cosa accade quando e’ in atto una relazione terapeutica con forte attivazione del sistema motivazionale agonistico? La prima, la più importante sensazione è che la terapia non proceda, si arresti, entri in uno stato di impasse. Che tipo di impasse si generi è poi valutabile in funzione della teoria della cura a cui ci stiamo attenendo.   
 
Sempre più spesso si sente ripetere tra gli psicoterapeuti una frase fatidica “ ciò che cura e’ la relazione”: assunto fondamentale, comunicato con enfasi  e saggezza ma  purtroppo poco significativo se non seguito  da una ampia revisione critica.  Infatti, in che modo la relazione terapeutica  curerebbe?  Proviamo a fare alcune ipotesi:
 
1)      nella relazione terapeutica il paziente riattiva schemi interpersonali tipici delle sue esperienze precoci e li rivolge al terapeuta.  La riattualizzazione degli schemi in un contesto caldo e collaborativo, che non confermi la patogenicità degli schemi stessi,  favorisce la presa di  coscienza e la distanza critica.
 
2)      L’esperienza stessa di un rapporto collaborativo  determina una esperienza emotiva correttiva che favorisce la presa di coscienza e lo sviluppo di capacita’ autoriflessive.
 
 
Questi due enunciati, formalmente molto simili, ma in realtà appartenenti a due teorie della cura tra le più seguite, ( Semerari 1996,1999), presentano comunque punti di condivisione: per curare c’è bisogno di un clima caldo e collaborativo, il quale genera un incremento di consapevolezza  che si traduce in un aumento delle capacità metacognitive. Quando parliamo di capacità metacognitive intendiamo, secondo la descrizione di Semerari, la presenza di  capacità autoriflessive, la  capacità di comprensione della mente altrui - o decentramento - e le capacità di mastery (Semerari, 1999).
 
Dunque un processo che alteri la costituzione di un clima paritetico e collaborativo, ab inizio o in qualsiasi fase della terapia, inficia automaticamente la costruzione o la progressione di funzioni metacognitive nel paziente e probabilmente anche nel terapeuta, le cui capacità di decodifica potrebbero venire alterate.
 
Quali sono i sistemi motivazionali che incrementano e quali sono quelli che inficiano le funzioni metacognitive?  Sicuramente le capacita’ metacognitive sono aumentate con l’attivazione del sistema cooperativo e sicuramente aumentano in una condizione di attaccamento sicuro, come descritto da Fonagy, Main  e altri studiosi della Infant Research ( Fonagy 1995; Main,1990).  Questi autori in particolare sostengono un rapporto diretto e riverberante tra attaccamento e metacognizione, che nel corso della vita si influenzerebbero vicendevolmente: la metacognizione si sviluppa in una condizione di attaccamento sicuro, l’attaccamento è a sua volta influenzato positivamente dalla qualità delle capacita’ metacognitive dei genitori,  in particolare dalla loro capacita’ di pensare al bambino come essere pensante.   Si può ritenere quindi che le capacita’ metacognitive siano aumentate dall’attivazione del sistema dell’attaccamento nella misura in cui questa attivazione sia in grado di evocare una risposta di accudimento valida e rassicurante.
 
I sistemi che invece non favoriscono o anzi addirittura sospendono le capacita metacognitive sono sicuramente il sistema agonistico e, in certa misura, il sistema sessuale.   
 
Infatti se un paziente è occupato a decodificare i segnali che vengono dal terapeuta nella chiave della critica,  della definizione dei ruoli, della gerarchia, del potere nella relazione non sarà altrettanto in grado di riflettere sui significati della sua personale sofferenza né di cogliere i suggerimenti che vengono dal terapeuta come stimolo all’incremento della consapevolezza. Tutto questo si rifletterà in una generale incapacità di padroneggiare i vissuti emotivi che attualizzeranno ulteriormente i sentimenti di fallimento, tipici di una subroutine agonistica di sottomissione. Ad esempio la paziente precedente affrontava la sua terapista con frasi del tipo: “sono stata da molti terapeuti ma nessuno e’ riuscito a risolvere i miei problemi, o loro non erano all’altezza o io non riuscivo a fidarmi abbastanza da comunicare i miei pensieri, insomma da confidarmi e quindi abbandonavo, sentendomi sempre più sola. Lei come pensa che la sua terapia mi possa aiutare rispetto alle altre? “
 
Possiamo allora ipotizzare una precisa connessione tra sistema agonistico e metacognizione laddove l’attivazione del Sistema Agonistico è automaticamente seguita da una inefficienza delle funzioni metacognitive.
 
La stessa cosa potrebbe accadere anche al terapeuta che, sottoposto a pressione agonistica da parte del paziente,  sospende  temporaneamente  le sue capacità metacognitive e si orienta nella difesa o nella spiegazione della sua posizione. Questo può accadere al terapeuta almeno finché i segnali di disagio personale non diventino sufficientemente forti da attivare una autoriflessione che conduca alla decodifica dello stato della relazione, e di conseguenza a tentativi di comunicazione sugli stati emotivi e sulla relazione al fine di aumentarne la   consapevolezza, propria e del paziente.
 
Il monitoraggio continuo dello “stato motivazionale” della relazione terapeutica potrebbe essere un fattore chiave per non perdere troppo spesso i benefici effetti dell’incremento delle funzioni metacognitive della coppia terapeutica.
 
Ad esempio, in una coppia terapeutica affiatata i “cali” di sintonia e l’attivazione di altri sistemi motivazionali divengono facilmente dei segnali, colti da entrambi e volti all’identificazione di aree problematiche non ancora risolte, come si osserva nella seguente interazione:
 
P: ” mi sento improvvisamente di nuovo agitato e provo vergogna a raccontarle questa cosa , mi rendo conto che forse e’ un tema non completamente risolto dentro di me”
 
T: ” la vergogna e’ una emozione molto forte che tutti proviamo, l’importante , proprio come lei ha detto e’ coglierne la funzione di segnale rispetto ad eventi e modi di essere nella vita” Se lei se ne accorge e si chiede perché, è fatta! Vuol dire che la situazione si può  comprendere e padroneggiare.”
 
 
Conclusioni
Nel contesto cognitivo evolutivo che abbiamo tratteggiato, il sistema motivazionale agonistico facilita interazioni di scontro, sfida o messa alla prova fra paziente e terapista. E’ quello che, con altri paradigmi, può essere descritto come lotta per il potere nella relazione, conquistare una posizione up nel sistema, controllare temi e tempi della terapia, operare con un transfert speculare narcisistico, rendere simmetrica la relazione… Queste descrizioni metaforiche implicano una dimensione conflittuale che poco giova alla psicoterapia, sebbene sia spesso il principale, o almeno l’iniziale, terreno di incontro di cura. Pertanto ci sentiamo di consigliare di uscirne al più presto, monitorando attentamente il decorso motivazionale della relazione terapeutica. Il rischio tecnico di perseverare, a lungo e inconsapevolmente, in una interazione agonistica si paga non solo con la conferma di schemi interpersonali disadattativi per il paziente, ma anche con la riduzione della capacità metacognitiva in quella relazione specifica: quindi con una perdita di efficacia. Inoltre la persistenza di un clima agonistico in seduta ostacolerà le possibilità di trattativa e negoziazione dell’alleanza terapeutica, intesa sia come espressione di empatia che come definizione – in corso d’opera – di obiettivi condivisi e via via più significativi (Safran e Muran, 2000). Difatti la possibilità di ri-negoziare traguardi sempre più ragionevoli e sempre meno elusivi, è una attività importante nelle terapie con pazienti gravi, dove le capacità di autoriflessione e metacognizione sono maggiormente danneggiate. In definitiva, accettare l’iniziale configurazione agonistica della relazione contribuisce a costruire – decodificando e negoziando – l’obiettivo cooperativo in psicoterapia.
 
 
Bibliografia
 
 
q  Ainsworth M, Blehar M, Waters E, Wall S. (1978) – Patterns of attachment: a psychological study of Strange Situation  - Erlbaum, New York
 
q  Eibl-Eibesfeldt I (1987) – Grundriss der vergleichenden Verhaltensforschung – Piper, Monaco
 
q  Fonagy P, Target M, Steele M, Gerber A. (1995) – Psychoanalitic perspectives on developmental psychopathology – in Cicchetti D, Cohen D, Developmental Psychopathology – Wiley Publications – New York – vol. 1
 
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